Grande Torino: la leggenda non muore mai

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    Quel giorno morirono 31 persone, mettendo fine al ciclo di una delle più grandi squadre della storia. Ma la memoria e la loro leggenda resteranno per sempre vive…

    «Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”…».

    Scrisse così una delle “penne” più famose d’Italia, Indro Montanelli, sul Corriere della Sera il giorno dopo la tragedia. Tutti speravano fosse solo un grande incubo, purtroppo era tutto vero.

    Quel triste giorno di inizio maggio del 1949 scomparve in toto una squadra leggendaria, capace di dominare per anni il calcio italiano ed europeo.  

    Qualche mese prima quella infausta data, la nazionale italiana di calcio, piena zeppa di tanti giocatori provenienti dal Toro, affrontò il Portogallo a Lisbona. Fu la prima partita del dopo Pozzo: il lungo ciclo dell’indimenticato Commissario Tecnico (che l’11 maggio del 1947 schierò dieci granata d’azzurro contro l’Ungheria, record ancora oggi imbattutto) era giunto al termine, dopo aver conquistato un oro olimpico, due campionati mondiali e due coppe internazionali (competizione antesignana dei campionati europei), e la nazionale era stata affidata a Ferruccio Novo, vale a dire l’allora presidente del Torino.

    Proprio in quell’occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un team all’altezza per la sua partita d’addio e che lo aiutasse, con un eventuale incasso, con i problemi economici che lo affliggevano, convinse capitan Valentino Mazzola ad accettare il suo invito per portare il Torino a maggio a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica. Novo non era affatto contento, poiché la trasferta portoghese si sarebbe accavallata con la parte finale del campionato. 

    Si arrivò così ad un compromesso: se non si fosse perso contro l’Inter, diretta concorrente al titolo, la squadra avrebbe avuto l’ok della società.

    Si arrivò così al giorno dell’importantissimo match: San Siro era una bolgia per la partita più importante dell’anno. Finalmente c’era la possibilità di combattere quegli undici marziani, che l’anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda (e nell’era dei due punti a vittoria era un qualcosa di impressionante). L’Inter voleva a tutti i costi spezzare l’egemonia granata, mentre il Toro dalla sua, voleva confermarsi campione per l’ennesima volta.

    Ma i granata dovevano fare a meno di un febbricitante Mazzola, e non era certo una prospettiva gradevole giocare senza il proprio leader indiscusso, senza il giocatore più forte.

    Alla fine però sarà 0 a 0, così la squadra, con l’ennesimo titolo ormai in tasca, ebbe l’ok del suo presidente e partì quasi al completo per Lisbona. 

    Una delle poche volte, forse l’unica, dove i tifosi, a posteriori, avrebbero preferito una sconfitta. 

    Restarono in Italia solo il portiere Gandolfi, il terzino Toma, il telecronista Nicolò Carosio e il presidente Ferruccio Novo, a letto malato.

    Raccontano che neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dall’ influenza, ma proprio lui che l’aveva organizzata non poteva assolutamente rinunciare a quella trasferta. Invano un altro grande giornalista, Carlin Bergoglio, aveva cercato di convincerlo: «Non andare, sei ancora malato». Lapidaria la risposta dell’eterno capitano: «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente». Uomini d’altri tempi… 

    La partita la vinsero i portoghesi di misura, poi subito il ritorno in patria.

    Nonostante fossero giunte dall’Italia notizie poco rassicuranti (pioveva a dirotto, il Po straripava), l’aereo con a bordo la squadra era decollato lo stesso in direzione Milano Malpensa. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare direttamente nel capoluogo piemontese.

    Un decisione che purtroppo sarà fatale. 

    L’aereo si schiantò sul monte Superga. Erano le 17:03. 

    Quel drammatico pomeriggio ci lasciarono tutti i presenti sull’aereo.

    La notizia si sparse velocemente per tutto lo stivale e la strada per la basilica di Superga diventò subito preda di centinaia e centinaia di persone. Appresa la notizia, anche Vittorio Pozzo corse subito sul posto disperatamente. L’ex CT conosceva alla perfezione quella squadra che anche lui contribuì a formare e rendere grande. Il suo ricordo sarà struggente.

    «Su un lato, spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi di Loik, Ballarin, Castigliano… Li riconobbi, e li nominai. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli effetti personali, da tutto. Fu allora che mi accorsi che un carabiniere, mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. “Nessuno meglio di lei…”, sussurrò. Mentre rovistavo fra i resti di ciò che giaceva al suolo, ricordo che un uomo mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: ‘Your boys”… Era John Hansen della Juventus, anche lui accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo scoppiai in lacrime…» Ricorderà anni dopo in un’intervista.

    In tutta Italia è lutto nazionale: il Grande Torino era l’orgoglio di tutti gli italiani, non solo dei tifosi granata. 

    Ma in un attimo era finito tutto.

    Gli invincibili purtroppo non erano immortali. 

    Nessuno ora si fidava più dell’aereo. Il trauma sarà così grande che un anno dopo l’Italia partirà per i Mondiali brasiliani in nave invece che in aereo. Proprio quei Mondiali che dal 1942 al 1950 una generazione così forte avrebbe dovuto giocare, e chissà, magari vincerne almeno uno, vista la forza indiscussa. Ma prima la guerra, poi la tragica morte, non glielo permetteranno. 

    Oggi, nel giorno del 71° anniversario della tragedia, i cuori di tutti gli italiani si tingono di granata.

    “Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza”.

    Tutte le squadre hanno una storia, ma solo una è leggenda.